IMMAGINI DI RESURREZIONE 2. La Chiamata

C’è chi aspetta quella per un posto di lavoro, e chi teme quella dell’interrogazione a scuola; chi si affretta a quella del citofono, e chi filtra quelle del cellulare, scegliendo a quali rispondere e a quali no.

Le chiamate degli indesiderati, degli importuni, degli antipatici, possiamo scegliere di evitarle, operando una sorta di “eugenetica della chiamata”. Quanti appelli, però, cadono così nel vuoto. E questa possibilità di sottrarci, anche se a volte è “a fin di bene”, il più delle volte nasconde un pizzico di egoismo che prevale. Perché rispondere alle chiamate, diciamoci la verità, ci scomoda sempre.

Se ci pensiamo bene, noi viviamo di chiamate.

Sì: varie sono le chiamate fra cui si dipana la nostra esistenza: quella alla vita, segnata dal nome che per noi hanno scelto i nostri genitori; quella alla vita nuova, suggellata  dall’amore per un’altra persona, con la quale decidiamo di legare il nostro destino per costruire insieme qualcosa di nuovo – e di buono – sotto il sole; e poi, l’ultima chiamata, quella dell’istante estremo: anch’essa sarà un sentirci chiamare per nome, sollecitati, invitati a passare all’altro lato delle cose, alla sponda definitiva di Dio e alle rive del suo Cuore. Stupendo.

La nostra vita, insomma, attende di compiersi, attraverso una serie di chiamate.

Esse sono qualcosa di concreto: una voce che ci raggiunge, facendoci sentire riconosciuti, compresi nella nostra genuina identità, interpellati in prima persona: sì proprio io, a preferenza di ogni altro. Alla voce, poi, si accompagna lo sguardo che si sofferma, accogliendo; le mani che cercano e stringono, per abbracciare e trasmettere affetto; e infine, la messa in comune dei sogni e dei progetti, delle fatiche e delle gioie, e insomma, per dirla in breve, il delinearsi  di una vita da declinare al plurale, e non più  al singolare.

Anche Dio ha un suo modo per chiamarci, per volgerci a sé. Unico, tutto suo, e proprio per questo inconfondibile.

La voce di Dio, diceva S. Agostino, risuona nel «gran silenzio del cuore», là dove tacciono i rumori dei nostri pensieri concentrati su noi stessi. La sua è una «voce di silenzio sottile», come la comprese il profeta Elia: e qui troviamo una sorta di ossimoro, un connubio di elementi fra loro contrapposti: come è possibile che una voce si esprima in termini di silenzio sottile, delicato, leggero? Eppure è così.

C’è una stagione della vita in cui tutto sembra “cospirare” perché noi possiamo partorire il “sì” alla voce che ci chiama; è la stagione in cui generare noi stessi alle grandi scelte, che comportano un taglio rispetto a tutto ciò in cui abbiamo messo radici, suppongono disponibilità,  e rendono possibile il fatto che qualcosa di assolutamente inedito sulla faccia di questa terra prenda forma: una nuova creazione, insomma. Una stagione dalla durata non breve, ma nemmeno infinita: può succedere di lasciarla passare senza coglierne la grazia unica e irripetibile, cioè senza il coraggio di dire il nostro personale sì; allora si finisce per avvizzire, restando terribilmente uguali a noi stessi di dieci o vent’anni prima, senza permettere che quella chiamata ci tocchi e ci trasformi.

In quella stagione particolare, che in genere coincide con la giovinezza, c’è come un dischiudersi fiducioso e pieno di promesse alla vita col suo futuro e le sue attese; e in questa disposizione del cuore, che ancora non conosce i diaframmi del sospetto e della diffidenza, ad alcuni il Signore propone, forte e discreto, il suo invito: “Vieni!”.

Nasce un’attrattiva vera e propria, che pian piano prende corpo, nutrendosi di cose buone per alimentarne il cuore. Si ha sete di Parola, e non più di parole; si ha voglia di viaggiare ma non in chilometri, bensì in profondità; si preferisce il silenzio della preghiera al rumore delle chiacchiere.

C’è un “punto pulito” interiore che viene come intercettato, al quale il Signore si rivolge. Perché quel nostro punto interiore nasconde e racchiude la nostra più vera identità.

Può essere questione di un lampo, una chiarezza di comprensione che sopravviene ad un certo punto; può essere una seduzione che, lavorando lentamente e nascostamente, poi prende sempre più piede, e resisterle diventa impossibile: occorre rispondere. Urge contraccambiare.

E insieme, si intuisce che quella chiamata non è per accarezzare, né per rinchiudere nell’ovatta di un godimento intimistico: quella chiamata spinge sempre fuori e al di là: fuori dal chiuso del piccolo mondo in cui ordinariamente ci si muove, e oltre: oltre il consueto, oltre l’orizzonte che si è abituati a contemplare, per proiettare verso prospettive altre e ulteriori, per incontrare mondi nuovi, per toccare e prendere sulle proprie spalle una porzione di umanità sofferente. Sì: perché, se ogni chiamata porta sempre con sé una missione, la chiamata di Dio è missione: Vieni a me, e Vai: prenditi cura del mio popolo…

Se in una certa stagione della vita di quella Voce si è percepito l’inconfondibile timbro interiore, questo lascerà comunque un segno per il resto dell’esistenza. Non potremo “fare finta” che ciò non sia avvenuto. Non potremo dimenticarlo.

Quando si viene chiamati in questa maniera, nasce il desiderio, ma anche il timore; l’attrattiva, ma anche le notti insonni. Quel Dio che parla e che si è rivolto a me, proprio a me, seducendo, tormentando affascinando, non si sente tenuto ad effondersi in corteggiamenti. Non sarà lui a dover dare prova di sé, ma semmai tocca a me mettermi, con umile tenace amore, sulle sue tracce. Anche sostenendo poi il suo silenzio, il suo ritrarsi, il suo non rispondere immediatamente alle mie richieste di goderlo. E mendicando di nuovo un lampo, una goccia almeno, del suo amore.

Consegnarsi a Lui ha sempre un che di folle, illogico, in-conveniente. Che convenienza c’è, infatti, a perdere la propria vita, e cioè ad esempio una prospettiva di lavoro, la gratificazione di affetti ricambiati, per scegliere di vivere così: sospesi all’invisibile, esposti a camminare sulle acque della fede, immersi in strade polverose di annuncio e di incontro? Non promette, quella voce che sollecita dal di dentro, successi e realizzazioni; non prospetta gratificazioni e riuscite; non garantisce contro le delusioni, le porte sbattute in faccia, le pesche notturne andate a vuoto…  Promette però, attraverso tutta questa varietà di esperienze, una cosa certa: la presenza costante, amorosa, provvidente. E l’amicizia fedele. E un destino carico di eternità.

«Da quando ti ho conosciuto, mio Dio, non ti ho più dimenticato» (Conf. 10,24), pregava Agostino, che così proseguiva:

«La tua voce è per me al di sopra di ogni altro piacere» (Conf. 11,2).

Rispondere alla voce di Dio che lo chiamava fu, per Agostino, un’autentica esperienza di resurrezione. Un risveglio: dopo anni e anni trascorsi a razzolare sulla superficie delle cose, schiavo di un’abitudinarietà che lo rendeva scontento e bloccava la volontà in un mediocre tirare avanti:  «facevo le solite cose con ansia crescente…» (Conf. 8, 6,13).

Un risveglio, come fu per il pescatore Simone, chiamato a solcare altri mari, non quello circoscritto di Tiberiade, ma quello sconfinato dell’umanità.

Come fu per Matteo, chiamato dal banco delle imposte per intraprendere un sentiero totalmente nuovo dietro a Gesù.

Un risveglio, lo scrollarsi di dosso le lacrime del lutto, per correre a portare ai discepoli l’annuncio di vita: la corsa benedetta e audace della Maddalena, nel mattino di Pasqua.

Chiamata e risveglio. Esperienza di resurrezione.

Dono e mistero.

Mistero e dono…

 

Foto: Citofono guasto, A. Brigliadori

 

 

 

Commenti(2)

  1. Silvana dice

    A volte, pochissime, in verità, non ho risposto a una chiamata. ” Di’ che non ci sono”. Mi e’ capitato di fronte a qualcuno che, in quel momento, ritenevo un intruso e uno scocciatore…. Ma quella, la Sua chiamata, pur se tardi, sono riuscita a sentirla nonostante il timore iniziale. Ho detto: “Si. Non ho fiducia in me; ma in Te si.” Ero intimorita all’inizio; poi mi sono abbandonata e ora Lo lascio fare e so che mi chiederà solo ciò che sarò in grado di fare. Tanto…e’ sempre lì ad aiutarmi! ” Nulla mi turba, nulla mi spaventa”… Grazie

  2. Cinzia dice

    Il mio “punto pulito” Lui lo trova sempre, e da lì mi parla e mi commuove…lo fa sempre, anche con le vostre parole. Grazie

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