IMMAGINI DI RESURREZIONE 1. La Casa

Segni di resurrezione. Immagini che parlino di vita, e di vita vera, bella e densa. Ma non riferita ad un mondo parallelo al nostro, o, peggio ancora, ad un altro mondo: il vero appello è a cercare segni, immagini di resurrezione qui e ora: dove sentiamo la fatica e il peso dei giorni, lottiamo, piangiamo e anche, faticosamente e con sudore, speriamo.

Una ricerca appassionante e sensata: perché non rimaniamo schiacciati sotto il peso di problemi, dolori, preoccupazioni, ma per cercare una leva che ci aiuti a sollevarli, a portarne il peso. Anche: a guardare oltre loro.

La prima immagine che ci viene incontro, in questa ricerca, è la casa. Forse ci aspetteremmo qualcosa di diverso, e invece c’è questo punto di partenza obbligato della casa quale immagine di resurrezione. Vediamo perché, cominciando con qualche considerazione attorno alle case dei nostri quartieri…

 

Sono ormai infinite le fisionomie della casa del terzo millennio.

Ci sono le case-nido, tepore sicuro e fidato di affetti; le case-dormitorio, anonime mura che riprendono vita solo in certe ore del giorno; le case-formicaio, scatoline per vite zippate in immediata concomitanza con altre sovrapposte; le case-fortino, dotate di alti muretti, cancelli automatici e l’immancabile cane ringhioso contro immaginari aggressori esterni. E infine, le più desiderabili: le case-focolare, quelle in cui ognuno desidera entrare almeno una volta nella vita: case dove tutto sa di calore, dalla cucina coi suoi odori e le pentole sui fornelli, alle relazioni, all’arredamento. Entrarvi fa percepire di essere attesi, amati, desiderati; tutto in esse dice accoglienza, colloquialità, ospitalità; sono linde ma non fredde; raccolgono souvenirs di viaggi e tessere di storie appese ai muri, perché restino appese anche nei cuori; vivacizzate da una punta di disordine, come a dire che quando c’è vitalità, non è possibile il rigore asettico e il “tutto-ben-spolverato” privo di anima e di umanità. Sono case con porte e finestre aperte, veri usci dischiusi sul mondo e sugli altri, feritoie che si dispongono a ricevere la luce, l’aria, il nuovo, l’incontro, senza paura e senza pregiudizi.

Le case suppongono un vivere insieme. Una storia condivisa, e che le “quattro mura” raccolgono, custodiscono, difendono e promuovono. Drammatico, allora, è quando si resta soli a vivere in una casa che ha conosciuto le stagioni dei molti visi, del chiasso vivace di giovani e bambini. Quanti anziani, oggi, vivono questo dramma della solitudine: nonni e nonne condannati a vivere da soli in quei medesimi spazi che li avevano visti giovani genitori alle prese coi loro bambini. E oggi, fragili custodi di una storia ormai lontana, trattenuta a stento con brandelli che lentamente si opacizzano, come le foto nelle cornici sui comò. Nostalgia, struggimento e dolore. Tanto dolore.

Non di rado la casa si deforma in luogo del dissidio, del non comprendersi più: si finisce allora, tragicamente, per vivere “da separati in casa”. Ma si danno esiti più drammatici ancora, quando nelle case si lascia campo libero all’aggressività non domata e si trascende fino alla violenza più cieca.

Ci sono case in cui si fa entrare di tutto e di più, ogni genere di trash, ma nelle quali manca la componente fondamentale: l’amore. Allora il vivere insieme degenera in un mero coabitare, nell’essere semplicemente l’uno accanto all’altro, e non più l’uno con l’altro, e nemmeno l’uno per l’altro.

 

Nei Vangeli incontriamo non solo gli spazi aperti dove Gesù ha moltiplicato i pani e i pesci, predicato e guarito molti, ma incontriamo anche tante case…

Anzitutto entriamo nella casa-focolare di Nazareth, vera iniziazione alla vita e scuola di amore.

C’è poi la casa di Simone e Andrea: casa della malattia e del servizio (Mc 1, 29-31); entriamo nella casa del lutto, quella di Giairo, il capo della sinagoga che piange la figlia morta (Mc 5, 21-43); nella casa della fredda formalità, quella del fariseo Simone (Lc 7, 36-50), e nella casa del pubblicano Levi-Matteo, che si contraddistingue per una convivialità coi più lontani (Mc 2, 15-17); conosciamo la casa della conversione, quella di Zaccheo il pubblicano (Lc 19, 1-10), e la casa della comunione e del dono di sé: il Cenacolo (Lc 22, 14ss).

Infine, incontriamo la casa dell’amicizia e dell’intimità: è la casa di Betania, non a caso l’ultima nella quale il Maestro desidera sostare, insieme agli amici Marta, Maria e Lazzaro prima di affrontare la sua Passione (Gv 12, 1-8).

 

Anche Agostino ha conosciuto la predilezione per una casa: quella paterna, della sua infanzia e prima giovinezza. È la casa di Tagaste, nella quale egli farà ritorno, dopo la conversione e il Battesimo ricevuto a Milano: era rimasto orfano di padre e di madre, e in quella casa sceglierà di risiedere, per riconvertirne l’uso e farne il primo monastero nel quale vivere tutto consacrato a Dio, assieme ad un piccolo gruppo di amici. Preghiera, salmodia, studio, ricerca, lavoro manuale, colloqui amicali e scambi cordiali, tutto vissuto con semplicità e all’insegna della condivisione: sono il clima di questa casa-monastero che costituirà il prototipo per i futuri monasteri fondati da Agostino, e anche la sua perenne nostalgia: da vescovo, quando non potrà più dedicarsi alla vita di monaco, nutrirà sempre una struggente nostalgia per l’esperienza, breve nella durata ma intensissima nella sostanza, degli anni monastici vissuti a Tagaste.

 

Ma torniamo al Vangelo.

Quella sera, in quella casa c’era un gruppo di uomini, impauriti e disorientati. Il Maestro è stato ucciso e anche loro corrono il rischio di fare la stessa fine. Quella che era stata la casa della comunione, ora diventa la casa della paura e dell’angoscia. Terribile.

Ma ecco. I muri spessi di quella paura vengono attraversati da una presenza. Solo Lui può attraversarli. Gesù in persona, in carne e ossa, vivo e risorto!

Le sue parole: «Pace a voi!». Pace: vi dono il massimo, la pienezza di tutto ciò che si può desiderare e augurare, e tutto questo non è racchiuso in “qualcosa”, bensì sono io stesso. Non continuate più a cercare sicurezze nelle cose, in oggetti, e nemmeno in situazioni favorevoli; la vera sicurezza è la mia presenza viva, insieme a voi.

Certi incontri, certe esperienze necessitano di calma, distensione, comunione; di quel clima che solo una casa può favorire. Tommaso quella sera era fuori, e questo gli impedisce di incontrare il Risorto. Solo otto giorni dopo, solo quando anche lui sarà in casa, insieme agli altri, potrà vedere e credere.

Farsi trovare in casa dal Risorto. In casa: nella comunione cordialissima e schietta coi fratelli.

 

Cosa sarebbe la nostra vita, cosa sarebbero le nostre case, se spezzassimo i meccanismi della nostra mentalità da autogestione, se partissimo da questa Presenza, se la considerassimo, se la consultassimo prima di intraprendere una qualunque cosa…

Le nostre case diverrebbero luoghi autenticamente umani. Spazi che raccolgono ma non rinchiudono; che proteggono ma non soffocano; che custodiscono ma non separano; trampolini di lancio verso il mondo, e non nidi iperprotettivi; luoghi generativi di vita; luoghi pasquali, in una parola.

Il Risorto chiede spazio nelle nostre case; nei nostri vissuti; anche nel nostro cuore.

Confrontiamo con Lui i nostri dubbi, perché li dissipi.

Parliamo a lui delle nostre paure, perché le allontani.

Apriamo a lui il nostro cuore, perché vi entri.

Avere occhi e cuore per la sua presenza di Risorto fra noi e dentro di noi. Perché anche la nostra vita, anche le nostre coabitazioni profumino di resurrezione.

 

 

foto: Napoli: panni stesi alla finestra (A. Brigliadori)

Commenti(2)

  1. Cinzia dice

    La casa è determinata da chi la costruisce, da chi la abita, da chi la rassetta. Da lì si capisce se può essere una casa-tomba, una casa-prigione, o una casa-“trampolino di lancio”. Chissà com’era la casa di Gesù, a Nazareth…certamente con panni stesi alle finestre!
    Grazie, sorelle…

  2. francesco dice

    Grazie infinite dal profondo del cuore e pace a Voi tutte, un abbraccio forte francesco e Gabriella

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