Vorremmo affrontare con qualche semplice considerazione il tema della giovinezza, guardando a santa Rita.
Perché questo? Stiamo vivendo giorni particolarmente intensi: siamo nel tempo pasquale, e ci stiamo velocemente avvicinando alla Pentecoste, compimento della Pasqua con la celebrazione della discesa dello Spirito Santo sulla Chiesa.
Possiamo dire, con un pizzico di audacia, che lo Spirito è la giovinezza di Dio. Lo Spirito è l’amore che unisce tra loro il Padre e il Figlio. Un continuo dono di sé, ogni volta nuovo, originalissimo, fresco, inedito. Nulla di ripetitivo nello Spirito, nulla di… fotocopiato. Nell’eternità di Dio, l’amore che unisce fra loro il Padre e il Figlio trova continuamente nuovi modi per dirsi, per comunicarsi. Meraviglioso.
Lo Spirito, questa persona della Trinità che forse dovremmo tutti farci più amica, frequentare maggiormente, è anche la giovinezza del mondo. Infatti è sempre all’opera per creare e ricreare; ha un’inventiva inesauribile, continuamente apre possibilità, percorsi, vie, rinnova vita e dona forza. Sa riciclare in bene anche i nostri errori o fallimenti. Mentre noi vorremmo buttare via fette dei nostri vissuti, quelli che non ci piacciono, lui non butta via, ma conserva ogni pezzo, e ricompone tutto in un meraviglioso mosaico.
Vogliamo guardare a Rita, guidati da una domanda: in che senso possiamo parlare di giovinezza nella vita e nel messaggio di Rita da Cascia?
In genere, quando guardiamo a Rita, vediamo in lei la Santa della famiglia e del perdono. Il suo ritratto più antico, quello della cassa solenne, ce la raffigura in età ormai senile, il corpo smagrito dalla penitenza, dalla sofferenza e provato da quella piaga che le segna la fronte; sul volto, ben visibili, le rughe.
“A caldo” associamo alla giovinezza come stagione della vita alcune caratteristiche/componenti: vivacità; scompiglio/disordine; allegria; rumore; innamoramento; possibilità; esplorazione; creatività; coraggio, forza, vigore.
Giovinezza reca con sé anche una nota di rottura: c’è un vecchio, qualcosa di cristallizzato, arrugginito, irrigidito: consuetudini, modo di pensare, mentalità che non si aveva il coraggio di contraddire. La giovinezza invece ha l’audacia di contestare, di protestare, di affermare anche dei potenti NO.
Non si invecchia quando l’età anagrafica cresce, né quando constatiamo segni di rughe e gli inevitabili capelli bianchi. Si invecchia davvero, quando si comincia a cedere alla stanchezza interiore, quella che ti vuole convincere che non vale la pena tutta la fatica che stai facendo, perché “non cambierà mai nulla”; quando si prende a dire: “accontentiamoci”. E così, a poco a poco inizia la litania del lamento. Ci si lamenta un po’ di tutto. Proviamo a considerare il nostro modo di parlare: vediamo se rintracciamo segni di vecchiaia, o se invece ci sono segni che la giovinezza in noi resiste. Se il vocabolario del lamento è preponderante, significa che abbiamo aperto la porta alla vecchiaia…
La giovinezza di Rita, in realtà dura poco. Quella cronologica, cioè. Lei viene data in sposa giovanissima, probabilmente intorno ai quattordici/sedici anni, a un giovane di nome Paolo. Non è lei a poter decidere del suo destino. Sono i genitori a farlo per lei. Davanti a questo dato, potremmo storcere il naso, noi. Nella cultura dell’epoca non ci si sposava per amore, ma per intese tra famiglie; il ruolo della donna era primariamente legato alla maternità, al generare.
Rita accetta, obbedisce. Quel giovane che le viene messo accanto diventa il destinatario delle sue premure di sposa, e verso di lui Rita riversa il suo amore, per davvero. Rita, sposa e madre fino in fondo. Le sue energie di giovane donna, impiegate a fondo perduto nella sua famiglia, alla quale si dedica con tutta se stessa.
Come avrà fatto? Si può amare anche chi non si è scelto dal principio, perché si riceve da Dio l’amore con cui amare. Amore vero, effettivo e affettivo insieme. Nella sua giovinezza di sposa e di madre, Rita scopre questa verità così profonda e preziosa anche per noi. Quante volte ci troviamo a fare i conti con situazioni che magari non ci siamo scelti. Potremmo reagire in diversi modi. Recriminare, ad esempio, dicendo: “Ma, insomma, non è quello che ho scelto, non è quello che voglio io per me!”. Ma potremmo reagire anche accogliendo proprio quella situazione contraria ai nostri gusti o aspettative, facendola nostra. Ecco: proprio allora, nel nostro sì ad accogliere anche ciò che personalmente non abbiamo scelto, la carità di Dio ci dona la forza di una risposta positiva, costruttiva. Una risposta di amore.
Rita, sposa giovanissima. Madre giovanissima. Vedova giovanissima. Immaginiamola nel tempo in cui resta sola, completamente. Senza più né marito, né figli. Una giovane donna la cui vita si direbbe finita miseramente, senza più speranza. Ecco invece. Rita fa qualcosa. Prega. E dunque parla del suo dolore a Dio, lo racconta a lui. E poi trascorre tempi di silenzio prolungato, e poi sale su quello scoglio, Roccaporena, che è come dire: “Signore, aiutami a trovare una prospettiva diversa da cui guardare alla mia vita e alla mia storia”. Ci vogliono gambe buone per salire fin sullo Scoglio. Gambe giovani. Rita spesso percorre quella salita, così ripida e faticosa. Vuole prendere quota. Pregare, si potrebbe dire proprio guardando a Rita, è chiedere a Dio che ci doni un punto di vista diverso sulle situazioni. Il punto di vista della speranza.
E questo è il tratto decisivo della vicenda di Rita. Colei che sarà chiamata “la santa degli impossibili”, è e rimane, lungo tutta la sua vita, donna di speranza. Spera il bene per la sua città di Cascia; spera il bene per l’uccisore del marito; spera il bene per i suoi familiari. E spera il bene… anche per se stessa!
Rita alimenta la sua speranza di preghiera, di affidamento, chiedendo a Dio di sostenerla, di venirle in aiuto con la sua grazia. «Scrivo a voi, giovani, perché siete forti e avete vinto il maligno» (1Gv 2,14). Pregare è una lotta: una lotta dura, di sudore e lacrime, contro la vecchiaia che vuole prendere piede dentro di noi: il vecchio che è la sclerosi del cuore, l’indurimento per cui si smette di essere sensibili agli altri e si riducono a se stessi gli orizzonti del proprio interesse. La vecchiaia interiore vuole convincerci che la cosa più importante è la nostra autopreservazione. Invece nella preghiera Rita lotta, perché in lei rimanga vittoriosa la speranza: virtù teologale, che ci fa protendere con fiducia fuori di noi, che ci fa dire che vale sempre la pena fare un passo verso gli altri. La speranza scopre sempre che c’è qualcosa che si può fare per migliorare la situazione: almeno un piccolo gesto, o passo; un passo di carità concreta.
Ma c’è un altro tratto molto giovane nella vicenda di Rita: il suo NO alla vendetta. C’era questa legge non scritta, ma osservata comunemente da tutti: l’offesa ricevuta va vendicata. Occhio per occhio, dente per dente. A delitto deve corrispondere altro delitto. A sangue, altro sangue. Ne va dell’onore di una famiglia, di un intero casato. Una legge non codificata, ma respirata da tutti, come un’aria malata, malsana che alla fine fa ammalare. Rita proprio non ci sta. Quell’aria, lei non la vuole respirare, e non vuole che la respirino nemmeno i suoi figli. Forse non comprenderemo mai fino in fondo il coraggio del suo NO: un no controcorrente, che mette in discussione equilibri e rapporti precostituiti. Ci vuole la forza di un giovane per opporsi a questi equilibri consolidati. Un NO così dirompente che crea turbamento, e che Rita pagherà di persona: dovrà lasciare la casa maritale e ridursi a vivere coi suoi due figli in uno spazio angusto, da un’altra parte del paese.
Da ultimo. Rita, potremmo dire, resta giovane fino alla fine. Si riconsegna nelle mani di Dio con uno spirito che lei ha saputo conservare vivace, generoso, desideroso di conoscere e scavare continuamente nel mistero di Dio, e di conformarsi sempre di più a Cristo, con tutto lo slancio di cui è capace. Anche questo dice giovinezza.
Rimanere fino in fondo persone in cammino, persone che hanno sempre passi nuovi da compiere e qualcosa di nuovo da imparare. L’amore è un crescendo nella vicenda di Rita.
Santa Rita ci trasmette il messaggio di una giovinezza interiore che, attraverso le avversità più dure, ha saputo rinnovarsi e crescere, perché aperta all’azione sempre rinnovatrice e sempre giovane dello Spirito Santo.
Santa Rita, Sorella nostra,
da te riceviamo il messaggio della giovinezza interiore,
rinnovata attraverso le prove più dure.
Chiedi anche per noi all’umile Gesù la grazia di vincere l’insidia della vecchiaia
con la virtù della speranza, per la quale possiamo superare ogni stanchezza
e dalla quale riceviamo la possibilità di un cuore sempre giovane,
diffusivo di bene, di fiducia, di carità, di vita.
Amen!

