Hai lasciato dovunque tracce di Te.
Eppure: quanta fatica ad accorgercene…
Forse perché non evidenti, forse perché lievi…
Ci vuole silenzio per riconoscerle.
Una misura buona di silenzio:
il coraggio di fermarsi
da un inutile, vuoto correre e rincorrere.
Comprenderemmo allora la voce della nostalgia
che piange nel cuore
e grida e cerca
mendicante insaziabile di una vita che non possiamo darci da soli.
Hai lasciato dovunque tracce di Te.
Ma il cuore vaga lontano e si disperde e non trova mai pace.
Chi sei, Tu che
ancora ci chiami, inviti, cerchi,
nonostante gli esiti del nostro ripetuto errare?
Parla al cuore come solo tu sai fare.
Rimuovi quella pietra che lo sovrasta.
Toccalo con la tua vita risorta.
Guarisci il nostro guardare,
perché torniamo ad accorgerci
di quelle numerose tracce disseminate in noi
della tua viva presenza.
«È scesa quaggiù la vita nostra, la vera vita;
si è caricata della nostra morte per ucciderla
con la sovrabbondanza della sua vita
e ha fatto risuonare con forza il suo richiamo
perché noi risalissimo da quaggiù a lui,
a quel luogo inaccessibile da dove egli venne a noi…
Non si attardò, ma corse,
gridando con le parole, con i fatti, con la sua morte, con la sua vita,
che tornassimo a lui:
per questo era sceso, e per questo poi risalì
e scomparve agli occhi nostri
perché tornassimo nell’intimo del nostro cuore
dove lo avremmo ritrovato…»
(Agostino, Confessioni 4,12,19).


Commenti(6)
Giuseppe dice
30 Marzo 2026 alle 10:59Tracciare.
Semplicemente passando.
Lasciando che il calpestìo lasci un’orma destinata a diventare apri strada.
Le Tue orme.
Che passano sul mare agitato del nostro quotidiano aprendo Tu! una strada nel mare.
Percorso che apre un nuovo cammino dove noi ci arresteremmo silenziosi ed incapaci di proseguire.
Laura dice
30 Marzo 2026 alle 11:00Bellissima! Grazie
Giorgio dice
30 Marzo 2026 alle 16:54È una riflessione che parla della presenza di Dio non come qualcosa da cercare lontano, ma da riconoscere nel quotidiano. Le “tracce” ci sono già, ma il nostro vivere distratto e rumoroso ci impedisce di accorgercene. Solo nel silenzio e nel ritorno a noi stessi emerge quella nostalgia profonda che rivela il bisogno di un Altro. La preghiera finale diventa allora richiesta di uno sguardo nuovo: non più cieco e disperso, ma capace di riconoscere, dentro e fuori di noi, una presenza che non ha mai smesso di cercarci.
Cinzia dice
31 Marzo 2026 alle 9:24Nel profondo di noi, nell’abisso, scavare, per trovare l’impronta lasciata apposta e sepolta, la traccia di chi ci ha voluto, ci ha plasmato cosi’, perche’ ci potessimo infine riscoprire, rintracciandolo dentro di noi. Quello scendere e risalire di cui parla Agostino e’ un percorso a vortice, che fa uscire alla luce la nostra interiorita’: ai due estremi della nascita e della morte di Cristo, c’e’ la presenza di due Giuseppe, lo sposo di Maria e il proprietario del sepolcro, di due Maria, la Madre che genera e la Maddalena cui
e’ affidato l’annuncio, e tutto e’ attraversato da un sudario, un velo, dove s’imprime la traccia del Divino. Cosi’ la morte diventa vita e solo l’abisso dentro di noi lo sa spiegare.
Grazie, Sorelle. Buona Santa Pasqua, distanti ma insieme🙏
Francesco Romano sacerdote dice
31 Marzo 2026 alle 10:34leggiamo con fede profonda le tracce di amore che Dio disegna nel nostro cuore per un cammino comune
Silvio dice
1 Aprilee 2026 alle 11:35Giovanni quando con Pietro corse al sepolcro e poi vide e credette, vide una traccia; i discepoli di Emmaus quando ritornarono di corsa a Gerusalemme di notte, e’ perche’ scoprirono una traccia del Risorto.; Tommaso quando davanti a Gesu’ e ai segni delle ferite dei chiodi disse “Signore mio e Dio mio” e’ perche’ aveva visto tracce oltre ogni dubbio… Cosi’ quando abbiamo fatto scelte di impegno con il Signore e la Chiesa nella professione religiosa, nel ministero, nella missione ad gentes.. e’ per le tracce intraviste sul nostro cammino….infine mi ha colpito una immagine di questi giorni violenti e di distruzione oltre ogni misura: .”siamo stati inviati per lasciare tracce, non cicatrici” …