Se mi fermo dal mio ansioso dimenarmi, scopro che dentro di me piange una profondissima sete. Darle ascolto è non solo faticoso, ma tanto, tanto doloroso: significa affrontare quel grido che urla dentro e a cui non so dare un nome. Più facile tappare il tutto con un grosso strato di riempitivi, ovviamente nobili, giustificatissimi e sensati: impegni di valore, altruismo e solidarietà verso il prossimo coniugati in mille forme e modalità. Non che tutto questo sia sbagliato, anzi; ma non è il tutto.
Si può correre a destra e a sinistra in soccorso degli indigenti, e drammaticamente trascurare di ascoltare l’indigenza del proprio cuore, che così sprofonda in una sete sempre maggiore, sempre meno decifrabile e comprensibile. A complicare ulteriormente la situazione, va aggiunta la difficoltà a trovare chi sia disposto ad ascoltare le domande più vere: tutti abbiamo fretta, presi come siamo da cose urgenti ed estremamente importanti…
Per fortuna c’è Lui, che torna, pazientemente, a sedersi preso il pozzo screpolato della nostra vita. Nel dialogo di Gesù con la Samaritana meravigliosamente narrato dall’evangelista Giovanni (Gv 4), ci siamo anche noi, con la nostra sete e le nostre domande. Forse, anche con la nostra inautenticità da consegnare alla sua curativa misericordia.
Lui è lì, per incontrarci nella nostra radicale indigenza. Apre il dialogo, e ci rivolge una richiesta sconvolgente: “Dammi da bere!”. Ma come? Sono io, Signore, ad aver sete, e tu a me chiedi da bere?? E tu, che sei la sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna, vieni a domandare le mie povere gocce d’acqua?
Resta un mistero, eppure è così.
Ci portiamo dentro la tensione a intrecciare con l’umile Gesù un dialogo impregnato di verità e affetto. Non qualcosa di occasionale o passeggero, ma una relazione che abbraccia tutta l’esistenza. Una relazione di amore. Per tutti, è la vocazione di fondo della vita cristiana: vivere mano nella mano con quel Dio che, nel suo Figlio Gesù, ci chiama all’amicizia con sé. Conoscerlo, entrare in intimità con lui. Per alcuni, o alcune, può diventare talmente determinante da decidere di regalare a lui tutta la propria vita.
«Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in Te» (Confessioni 1,1,1).
La sete del cuore trova pace solo amando.
Foto: Gesù e la Samaritana, icona scritta dalle Sorelle Clarisse di S. Agata Feltria (RN)


Commenti(2)
Giuseppe dice
9 Marzo 2026 alle 15:10Un pozzo.
Feritoia che permette di scrutare, a volte, il luccichìo nero dell’acqua che si trova in fondo. In quello sguardo la nostra “sete” diventa consapevolezza che i piedi stanchi invocano riposo. Ma Qualcuno ci ha preceduto nell’ora più calda e ci visita: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi non passare oltre”. La nostra sete, vinta dalla Sua che implora acqua eclissandos il sole.
Cinzia dice
10 Marzo 2026 alle 11:56“Il dialogo impregnato di verita’ e affetto” presso quel pozzo, che viene oltrepassato da quel gioco di sguardi fra la sapiente immedesimaziine di Gesu’ e la mortificata auto-coscienza di una donna, ovvero l’ultima nella scala sociale, peccatrice, tanto da recarsi alla fonte in orario non “collettivo”, e per giunta straniera. La Samaritana ci rappresenta, e dialoga, e gli chiede il perche’: questa e’ la nostra sete, inesausta. Perche’, malgrado tutto, ci vuoi, ci cerchi, ci ami?
Quel gioco di sguardi e’ ben raporesentato nell’icona. Grazie, carissime Sorelle