Squilla il telefono: “Suora, la potete dire una preghiera per me?”.
Non occorre avere davanti il volto di chi sta parlando: la voce è di un giovanissimo, dodici o tredici anni al massimo. “Ma certo: di che si tratta?”
“Ho il compito di matematica….”;
“Hai paura?”. È bastata questa domanda a intercettarlo. Qualche istante di silenzio, poi il suo timido ma sincero: “Sì”.
Sempre più spesso veniamo raggiunte da giovanissimi studenti che chiedono preghiere per il buon esito di interrogazioni e compiti in classe…
Ogni volta il nostro approccio è un po’ freddino, non vogliamo che passi l’idea sbagliata di considerarci come un juke-box dove basta pigiare un tasto per richiedere l’effetto desiderato. La preghiera non è qualcosa di automatico o magico.
Eppure, comprendiamo che spesso c’è altro, al di là della richiesta che viene formulata. C’è il bisogno di trovare qualcuno a cui consegnare le proprie segrete paure o angosce, piccole o grandi che siano, ma sempre importanti. Addolora quando si vedono minimizzate quelle ansie che a noi pesano tanto, o quando ci si sente rispondere: “Ora non ho tempo per ascoltarti”.
Accogliere, ascoltare, comprendere: compito, questo, essenzialmente materno.
La madre è colei a cui si confidano, tra le altre, le cose più pesanti, che stringono il cuore. E si sa: la madre non ha la soluzione a tutto, non ha una bacchetta magica; eppure, sapere di averle confidato quella nostra pena ci fa sentire compresi, ci rincuora, ci assicura che non siamo soli col nostro peso, perché c’è lei a portarlo con noi.
In monastero si vive proprio questo: si diventa madri le une per le altre.
Condividiamo tempi, spazi, letture spirituali, preghiera, liturgia, lavoro, progettualità: tutto. Ma la comunione si fa davvero forte quando si arriva a consegnare all’altra, alle altre, ciò che pesa sul cuore e, di rimando, quando si fa spazio dentro di sé a ciò che pesa all’altra. Con la sapienza di un umile silenzio. Certi pesi richiedono di essere ruminati a lungo prima di diventare capaci di una parola di consolazione vera.
Ma c’è altro ancora: pian piano si scopre che… si può diventare madri di se stesse in un amore ricco di misericordia. Arrivare a perdonarsi, a smetterla di autoaccusarsi per tutto ciò che sarebbe potuto andare diversamente… una tortura terribile e inutile.
Siamo nel mese di maggio: il mese di Maria, la Madre. Apriamo a lei il nostro cuore, confidiamole quanto ci angustia; rifugiamoci nella sua maternità. Siamone certi: lei ci ascolta, ci comprende, ci guida. All’occorrenza, anche ci scuote, ci corregge, ci ammonisce, come una madre che vuole davvero bene al suo figlio.
“Io prego, ma tu studia, mi raccomando!”.


Commenti(3)
Anna mollo dice
4 Maggio 2026 alle 11:28Bello! Tu studi ,io prego
Cinzia dice
4 Maggio 2026 alle 14:43E’ fondamentale, si’: studia!
Giuseppe dice
4 Maggio 2026 alle 20:53L’ascolto è uno spazio in cui il silenzio disarma i due interlocutori mettendo a nudo chi siamo e, che il più delle volte, mettiamo da parte per le fragilità che ci caratterizzano. L’ascolto è preghiera se diventa spazio e tempo di condivisione e quindi, anche di confronto.
Maria ne è esempio tenerissimo: ascolto di purissima preghiera.