Le parole del Lunedì/  SPENSIERATEZZA

Ieri sera abbiamo partecipato, tramite collegamento da remoto, ad un incontro a più voci, nell’ambito dei festeggiamenti dedicati a S. Rita presso la comunità di Cittanova (RC). In particolare, abbiamo avuto modo di conoscere la storia di Monica: una donna passata attraverso quattro tumori e uscita vittoriosa.

Nel suo racconto, Monica spiegava ciò che questa vicenda di dolore e rinascita le aveva dato e ciò che le aveva tolto. Con sicurezza ha affermato: “La malattia mi ha tolto la spensieratezza. Non l’ho più recuperata”.

Si potrebbe ritenere quasi un bene la spensieratezza: non avere pensieri, dunque niente preoccupazioni, zero problemi, nulla attorno a cui affaticarsi interiormente. Perché proprio questo succede: il pensiero ti costringe ad applicarti con la tua interiorità. Chiama a raccolta le risorse che magari dentro di te sonnecchiano, e le spinge a concentrarsi attivamente attorno ad un oggetto.

Anche ad Agostino l’esercizio del pensiero costava molto, in termini di fatica; un labor che lo coinvolgeva tutto:

«Che fatica mio Signore è questa di scavare in me stesso: mi son fatto a me stesso terra di pena e di sudore» (Conf. 10,16,25).

E tuttavia non dobbiamo immaginarci di diventare improvvisamente corrugati e seri. Al contrario: pensare convive con una sorta di leggerezza, che è la capacità di prendere una certa distanza da se stessi e dalle situazioni. Pensare convive col sorriso buono su di sé: guai a prendersi troppo sul serio!

Allora, alla spensieratezza allegra ma anche un po’ superficiale ed egoista si sostituisce una pensosità grave ma sorridente, capace di godere di quegli squarci di pienezza che si vede regalare dall’alto: li riconosce, ne gioisce e ci riflette su.

La luce che filtra dalle finestre la mattina presto; il canto degli uccelli; il sorriso con cui la Sorella ti incontra augurandoti buongiorno; una richiesta in più a cui ottemperare; un incontro a cui prepararsi, col corredo di entusiasmo e debite fatiche.

Forse la spensieratezza nemmeno se ne accorgerebbe. La pensosità li raccoglie ad uno ad uno, considerandoli come un mazzo di fiori con cui il buon Dio ci lega a sé.

Commenti(6)

  1. Cinzia dice

    E’ vero, che bello era quando si era bambini, cosi’ spensierati. Ma S.Paolo lo diceva chiaramente: “Quand’ero bambino, ragionavo da bambino…”. La cosa migliore sarebbe mantenere quel pizzico di incoscienza sventata, per poter guardare con occhi impavidi e cioe’ ignari e fiduciosi il “migrare dei giorni”…ma questo, appunto, e’ possibile solo ai bambini. A noi resta la comprensione riflessiva, la consapevolezza adulta e, alla fine del cerchio, comunque gratitudine.

  2. Luca dice

    Spensierati, perché Amati!
    Grazie

  3. paola dice

    E’ inutile negare: la malattia ci porta via quella condizione di benessere che ci faceva pensare di non avere quasi bisogno della speranza. La sto attraversando con tutto il suo corredo di fragilità. Ci lascia pensosi e bisognosi di nuovi stimoli positivi per ripartire. Da noi stessi per riaprirci agli altri, ma prima dobbiamo ricostruire il nostro edificio interiore (e fisico) ferito.

  4. paola debandi dice

    E’ inutile negare: la malattia ci porta via quella condizione di benessere che ci faceva pensare di non avere quasi bisogno della speranza. La sto attraversando con tutto il suo corredo di fragilità. Ci lascia pensosi e bisognosi di nuovi stimoli positivi per ripartire. Da noi stessi per riaprirci agli altri, ma prima dobbiamo ricostruire il nostro edificio interiore (e fisico) ferito.

  5. Giuseppe dice

    Scavare in se stessi.
    Trovare grazia alla fatica.
    Faticare perché ci si trova dopo innumerevoli tornanti che da noi stessi ci hanno allontanato.
    Faticare perché l’ascolto produca un solco in cui gettare piangendo da semente.
    Faticare perché quel solco diventi mulattiera da percorrere claudicanti con gioia portando i covoni.

  6. Marisa dice

    Le parole di Monica mi hanno fatto riflettere. Forse è vero: alcune prove della vita ci tolgono la spensieratezza, ma possono donarci uno sguardo più profondo. Si impara a non dare nulla per scontato, a riconoscere il valore delle piccole cose e a leggere nei gesti quotidiani i segni della presenza di Dio. Una testimonianza che lascia il segno e invita alla gratitudine.

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