Le parole del Lunedì/  SUGHERA

Se c’era, in tutto il Giardino che stava crescendo, un albero che ci faceva sempre fare un figurone, questo era proprio la nostra sughera. Grande, verdeggiante, con quella impressione di forza e stabilità che emanava dal suo tronco e dalla sua postura. Una pianta tetragona, insomma.

L’inverno passato è stato particolarmente duro, soprattutto a causa del vento: feroce, rabbioso, frequente al punto che con le sue sferzate ha costretto le piante a piegarsi, a volte addirittura a curvarsi quasi fino a terra.

La sughera no. Lei mica si piega. Lei si agita in tutti i suoi rami, quasi a sfidare il vento, a prenderne l’urto in faccia e a volergli dire: “Guarda che non mi fai nulla, io resisto”.

Le cose però non sono andate bene per la sughera.

All’inizio della primavera ci siamo accorte che era stata scalzata dalla sua zolla, e che le radici stavano affiorando dal terreno. Addirittura. La forza del vento l’aveva divelta. Che fare? Bisognava intervenire e in fretta, altrimenti l’avremmo persa.

Con cura è stata rimossa per intero, poi è stata scavata una buca più grande, arricchita di terreno nuovo. Poi la sughera è stata reimpiantata. Poi le è stato messo un palo tutore. Proprio lei così robusta, addirittura nella necessità di essere sostenuta.

Intanto i giorni passano. Le sue foglie scolorano, ad una ad una poi cadono.

Spogliata del suo vigore, della sua bellezza, la sughera resta là, in mezzo al Giardino, come uno scheletro. Sarà viva o morta?

Intanto intorno la vita prosegue, e le piante più umili che la contornano si coprono di verde, di fiori e di frutti. Lei no. Lei rimane, come una presenza invernale mentre tutto attorno è allegria di vita.

Accade una cosa curiosa: quando era bella e vigorosa, la davamo per scontata. Ora che non sappiamo se sia viva o morta, la visitiamo ogni giorno. Andiamo a vedere se qualcosa si muove, sui suoi rami, se qualche indizio di vita si riesca ancora a rintracciare.

E difatti.

Difatti succede proprio questo: ad un certo punto cominciano ad apparire piccole gemme, poi spuntano tenere foglie a rallegrare i suoi rami. La vita c’è ancora!

Ma la sughera non è più la stessa. È diventata diversa, di sicuro meno bella, ma anche più umile.

Il ricordo deve pescare molto indietro nel tempo. Le prime stentate traduzioni da piccoli brani latini.

La quercia e la canna (quercus et arundo), Fedro. La canna che si piega e così riesce a sopravvivere alle intemperie, di cui quelle atmosferiche sono un potente simbolo.

La quercia che, invece, con tutta la sua possanza viene schiantata dalla burrasca, perché incapace di piegarsi.

Oltre a questa morale antica e pur sempre valida, possiamo scavare altro dalla vicenda sofferta della nostra sughera.

C’è differenza tra il resistere e il rimanere.

Un talento contiene in sé anche un limite.

Un limite contiene in sé anche una risorsa.

L’umiltà, alla fine, è la chiave di lettura più valida.

Anche la sughera ha dovuto piegarsi a questa lezione.

Commenti(4)

  1. Cinzia dice

    Che bella lezione, la vostra sughera! Mi sono commossa, grazie Sorelle…

  2. Meninq dice

    In questo bel racconto leggo anche il non arrendersi alla prima apparente sconfitta, il desiderio di riprovare, di correre ai ripari, di accompagnare e di sperare. La sughera ripiantata, seguita, rinasce.
    Da giovane mi sono spesso arresa al primo ostacolo.
    Matura negli anni ho capito che questo comportamento aveva a che fare con la superbia, l’incapacità di accogliere la sconfitta, di tramutarla in nuovo impegno, … quindi, anche in questo caso ritorna l’umiltà, rara, preziosa e inarrivabile virtù.

  3. Menina dice

    In questo racconto leggo anche la capacità di non arrendersi, di saper ricominciare trovando in se stessi l’energia per rimettersi in gioco, per riprovare, il saper richiedere ed accettare l’aiuto che l’altro può darti, il coltivare la speranza.
    Da giovane spesso mi sono arresa alla prima contrarietà, alla sconfitta.
    L’età matura mi ha fatto riconoscere in quel comportamento un atto di superbia, l’incapacità di accettare il mio limite, di fare i conti con esso e provare a superarlo, dunque la mancanza di umiltà, virtù rara, necessaria e inarrivabile senza un aiuto dall’alto.

  4. Francesco dice

    Bellissima lezione che ci offre la natura. Gli agenti atmosferici hanno messo a dura prova la quercia ma quando tutto sembrava perso, nella lotta tra il soccombere e il rinascere, ha vinto la vita. Certo un peso fondamentale lo ha avuto l’amorevole cura che voi, monache agostiniane, avete prestato e trasmesso alle pianta e alle altre essenze vegetali presenti nel vostro meraviglioso orto botanico!

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